A spasso nel tempo con Edmondo de Amicis

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Oggi  desidero parlare di un romanzo considerato fuori moda, anacronistico, che i nostri ragazzi non leggono più: Cuore di Edmondo De Amicis. Non è per nostalgia di un tempo passato che voglio riproporre alcune delle sue  pagine, ma per due semplici ragioni: il romanzo è ambientato a Torino, mia città e mio orgoglio e poi, solo per costatare che questo libro può ancora insegnarci qualcosa e considerarsi attuale e non privo di senso per i nostri tempi. Il romanzo, redatto con chiaro intento pedagogico, si fece portavoce di un’esigenza di unione sociale e di celebrazione dei valori nazionali che contraddistinse il periodo immediatamente successivo al Risorgimento e all’Unità d’Italia. Una narrativa sociale. I valori espressi in molte pagine, oggi, ci sembrano distanti e non così lodevoli come potevano apparire agli occhi dell’autore e del pubblico del primo novecento. Detto questo posso affermare che gli argomenti e le narrazioni che De Amicis ci espone ottemperano pienamente a quelli che devono essere gli obietti di un’opera letteraria. Si racconta in modo chiaro ed esplicito il tempo del dopo Risorgimento, mostrandoci una concezione della vita, del modo di pensare, un’impostazione dei costumi che, senza quelle pagine, sarebbero presto scordati o accantonati, come mai esistiti e potremmo dire la medesima cosa della nostra epoca, fatta soprattutto di sms, chat ,di post su facebook, twitter o istagram. Senza un testo scritto, anche la nostra società, la nostra cultura e noi con essa, potrebbero essere rapidamente dimenticate, come se non fossero mai state qui, le nostre tracce cancellate per sempre.

La scuola

“Sì, caro Enrico, lo studio ti è duro, come ti dice tua madre; non ti vedo ancora andare alla scuola con quell’animo risoluto e con quel viso ridente, ch’io vorrei. Tu hai ancora il restìo. Ma senti: pensa un po’ che misera, spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! … Pensa, la mattina quando esci, che in quello stesso momento, nella tua stessa città, altri trentamila ragazzi vanno come te a chiudersi per tre ore in una stanza a studiare. Pensa agli innumerevoli ragazzi che presso a poco a quell’ora vanno a scuola in tutti i paesi; vedili con l’immaginazione … dove sotto un sole ardente, dove tra le nebbie, … vestiti in mille modi, parlanti mille lingue, … milioni e milioni tutti a imparare in cento forme diverse le medesime cose; immagina questo vastissimo formicolio di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: – Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo. –  …”

 

Una palla di neve

E sempre nevica, nevica. Seguì un brutto caso, questa mattina, con la neve, all’uscir dalla scuola. Un branco di ragazzi, appena sboccati sul Corso, si misero a tirar palle, con quella neve acquosa, che fa le palle sode e pesanti come pietre. Molta gente passava sui marciapiedi. Un signore gridò: – Smettete, monelli! –  e proprio in quel punto si udì un grido acuto dall’altra parte della strada, e si vide un vecchio che aveva perduto il cappello e barcollava, coprendosi il viso con le mani, e accanto a lui un ragazzo che gridava: – Aiuto! Aiuto! – Subito accorse gente da ogni parte. Era stato colpito da una palla in un occhio. … Intanto s’era fatta folla intorno al vecchio, e una guardia ed altri correvano qua e là minacciando e domandando: – Chi è? Chi è stato? Sei stato tu? Dite chi è stato! – e guardavan le mani ai ragazzi , se le avevan bagnate di neve. Garoffi era accanto me: m’accorsi che tremava tutto, e che avea il viso bianco come un morto. – Chi è? Chi è stato? – continuava a gridare la gente. Allora intesi Garrone che disse piano a Garoffi: – Su, vatti a presentare; sarebbe una vigliaccheria lasciar agguantare qualcun altro. –  Ma io non l’ho fatto apposta! –  rispose Garoffi, tremando come una foglia.  – Non importa, fai il tuo dovere, –  ripeté Garrone.  – Ma io non ho coraggio! – Fatti coraggio, t’accompagno io. – … – Vieni, – gli disse risolutamente Garrone,  – io ti difendo, – e afferratolo per un braccio lo spinse avanti, sostenendolo, come un malato. … – Domanda perdono, – disse il Direttore a Garoffi. Garoffi, scoppiando in pianto, abbracciò le ginocchia del vecchio, e questi, cercata con la mano la testa di lui, gli accarezzò i capelli. Allora tutti dissero: – Và, ragazzo, và, torna a casa! – … E mio padre mi tirò fuor della folla, e mi disse strada facendo: – Enrico, in un caso simile, avresti il coraggio di fare il tuo dovere, di andar a confessare la tua colpa? –  Io gli risposi di sì. – Ed egli: – Dammi la tua parola di ragazzo di cuore e d’onore che lo faresti. – Ti do la mia parola, padre mio!

 

Dall’inverno alla Primavera

Quando l’inverno muore lentamente
nella primavera, nelle sere di quei bei giorni limpidi,
lieti, senza vento, su cui si tengono spalancate
per le prime volte le finestre e si portano sulle
terrazze i vasi dei fiori, le città offrono uno
spettacolo gentile e pieno d’allegrezza e di poesia.
A passeggiare per le vie si sente, di tratto
in tratto, sul viso,
un’ondata d’aria tiepida, odorosa.
Di che? di quali fiori? di quali
erbe? Chi lo sa!

 

 

Ed ora un  piccolo assaggio tratto da “Primo Maggio”  di  Edmondo De Amicis. Introvabile nelle librerie, “cucito” nel 1980 da materiali solo in parte pubblicati in vita e da appunti inediti, “Primo Maggio” è l’opera più politica di Edmondo De Amicis.

Si tratta di un testo non affinato, talvolta pesante nel cercare di rendere accessibili i dibattiti del socialismo italiano di fine ‘800, su problemi cruciali, come il rapporto tra socialismo marxista e libertario, o il rapporto tra tasso di profitto ed economia liberale.

La stessa fine del libro mette in crisi la “vulgata” di un De Amicis melenso e consolatorio, rivelan-do invece una vena rivoluzionaria di questo militare risorgimentale, diventato propagandista dell’unificazione  nazionale attraverso l’educazione. Il Risorgimento per De Amicis rimane la via italiana alla rivoluzione borghese, dimostrando in tal modo un dogmatismo marxisteggiante inadeguato all’analisi delle vicende storiche reali: il giovane Gramsci è ancora di là da venire, con la sua accusa alla conquista sabauda ed all’oppressione di classe contro le plebi contadine. Ma De Amicis, in questo romanzo, fa morire il protagonista del suo ultimo romanzo in un atto di superamento della sua formazione risorgimentale e socialista, con la partecipazione rischiosa ad una manifestazione anarchica aggredita dalle forze “dell’ordine”.

 Da Gigi Bettoli  25 aprile 2013

 

“Alle sette in punto il signor cavaliere Bianchini saltò giù dal letto e, affacciandosi alla finestra, ebbe due dispiaceri: vide che il cielo era tutto azzurro e che il muratore Peroni non era andato al lavoro. Questi se ne stava seduto, con la giacchetta sulle spalle, sullo scalino del suo uscio a vetri, in fondo al lungo terrazzino della casa bassa che formava un cortile triangolare con le due grandi ali dell’isolato. Diamine! Se festeggia va il 1° Maggio il Peroni, un operaio vecchio e tranquillo, c’era da credere che lo festeggiassero tutti gli operai di Torino. Questo pensiero spiacevole fece dimenticare al signor Bianchini di esaminarsi il viso e la lingua allo specchietto per la barba, come faceva ogni mattina, compiacendosi della floridezza ammirabile, benché un po’ pingue, dei suoi sessant’anni.

Vestito che fu, uscì dalla camera, e udendo nella cucina una voce d’uomo che discorreva con le donne di servizio, si fermò ad origliare all’uscio socchiuso. Era il garzone panattiere, a cui Rosa, la cameriera, saldava il conto del mese, contando delle lire sulla tavola.

Il giovane diceva: – Dell’argento?… Ah! sta bene, perché i biglietti… Presto ha da accadere qualche cosa di grosso, per cui i biglietti dei signori non varranno più niente. –

La cameriera gli diede dello spaccone. Ma Antonia, la vecchia cuoca, biascicando le parole con voce acre, confermò la profezia. Fin dall’alba giravano per Torino pattuglie di fanteria e di cavalleria. Essa aveva inteso dire nelle botteghe che nella giornata del 1° Maggio sarebbero venuti in città i contadini, con le falci e i tridenti, ad aiutare gli operai, e assicurava che molte famiglie avevan fatto provvista di pane e di carne per tre o quattro giorni, in previsione d’una rivoluzione.

Il signor Bianchini tirò via, seccato. Erano due o tre giorni che quella vecchia ciaccolona riportava in casa tutte le più sinistre e strampalate pastocchie che sentiva dire in mercato, con l’evidente proposito di destare inquietudine nei padroni.  

Il Bianchini andò nella sala da desinare, che aveva due grandi terrazzini, l’uno su piazza dello Statuto, l’altro sul corso Beccaria, e s’affacciò al terrazzino della piazza. Questa aveva l’aspetto solito di quell’ora: non c’era nessun capannello; coppie e gruppi di ragazzi s’avviavano alle scuole.

Egli scrollò una spalla e disse:  – Non seguirà nulla -. Poi, guardando con occhio sereno le Alpi azzurre, sorbì lentamente il caffè, che gli portò la cuoca. Era questo uno dei più vivi piaceri della sua vita. I suoi piaceri erano molto modesti. Una passeggiata igienica la mattina per i viali di piazza d’armi, leggendo la Gazzetta del popolo, due buoni pasti fatti con buon appetito, il vermouth, il sigaro Cavour, gli amici del caffè Londra la sera, quando non accompagnava moglie e figliuola in società o al teatro, e un buon sonno filato di otto ore: non gli bisognava a coronare la propria felicità; il cui fondamento era un affetto grandissimo, misto a una profonda ammirazione, che aveva per il suo unico figliuol maschio, Alberto, professore di lettere nel liceo Brofferio.

Preso il caffè, entrò nella stanza accanto, dov’egli aveva una piccola biblioteca, di cui non apriva mai un volume. Fu stupito di trovarvi già la sua figliuola, Ernesta … – Ebbene, – gli domandò la ragazza, porgendogli  la fronte, come soleva fare ogni mattina – che cosa accadrà quest’oggi? – Che vuoi che accada?  – rispose il padre – Un po’ di chiasso, tutt’al più.  – Non dovrà mica intervenire la truppa? – E quando dovesse intervenire?… Suonan la tromba e tutti scappano, come in tutte le dimostrazioni. T’hanno lasciata quetare questa notte? –

In quel punto entrò la signora Bianchini, alta e maestosa, già stringata nel busto, coi capelli tinti ben pettinati, con la sua larga faccia bruna ben depilata, mostrando i bei denti incisivi da un marengo l’uno. E rispose, entrando, alla domanda del marito:  – Se ci hanno lasciato quetare?… È stato un chiasso indemoniato fino alle tre della mattina. Io non ho chiuso occhio. Non è possibile tirare avanti in questa maniera. È tempo che tu ci metta rimedio. –

Alludeva al chiasso fatto sotto le finestre della sua camera, sul corso Beccaria, dov’erano due sedili di pietra in mezzo agli alberi, e vi si radunavano quasi ogni notte dei giovinastri brilli o briachi, che cantavano, ballavano, leticavano, senza che comparisse mai una guardia. – Questa notte poi, -soggiunse, sogguardando la figliuola, che abbassò gli occhi, – c’erano anche delle donne, e si son sentiti dei discorsi… Insomma, se non ti decidi una buona volta a andar dal Questore, gli scriverò io! Il Bianchini rispose che ci sarebbe andato; ma non quel giorno, di certo, perché in questura dovevano aver ben altro da pensare che agli schiamazzi notturni del corso Beccaria. – Ah! Giusto, – esclamò la signora, ricordandosi; – oggi è il 1° Maggio. Un altro regalo. – E dopo aver dato uno sguardo scrutatore alla piazza, domandò:  – Ma, in conclusione, che cosa vogliono questi operai? Il marito rispose che volevano ridotto a otto ore il lavoro giornaliero, per avere otto ore da dormire e otto ore di libertà. – E che vogliono farne di queste otto ore di libertà? – domandò la signora. Il Bianchini che,  per antica abitudine,  quando non aveva naturalmente un’opinione opposta a quella di sua moglie,  fingeva d’averla, rispose,  con l’aria di giustificar gli operai: – Oh bella!… Vogliono otto ore per star con la propria famiglia, …  per coltivar lo spirito, istruirsi. – E cosa ne voglion fare dell’istruzione? – domandò la moglie. Poi soggiunse: – Non hanno mica da fare i professori. Vorranno le otto ore per passarle all’osteria. Già, son tutti eguali.  Io li giudico da quelli che passan la notte sotto le mie finestre. – Eh, andiamo, – disse il Bianchini – non bisogna metterli tutti in un mazzo. Vedi il muratore Peroni, per esempio. È un ottimo uomo. – Sarà un’eccezione, di certo. Del resto… ha una faccia scura. Non è rispettoso. – Saluta, – osservò il Bianchini, con un sorriso; – è quanto si può pretendere. Non c’è ragione perché si sprofondi in scappellate – E arrotondò la bocca, come per zufolare. La signora lo fissò con uno sguardo acuto e sprezzante, come faceva sempre quando s’accorgeva d’esser contradetta per proposito, e, troncata la discussione, andò sul terrazzino a guardare in su, per vedere se fosse alla finestra il suo nipotino Giulio, figliuolo d’Alberto, che abitava sopra di loro, al secondo piano. Suo marito andò a pigliare il cappello per uscire alla passeggiata solita. La ragazza, nell’anticamera, gli raccomandò di ritornar subito a casa se avesse visto degli affollamenti per le strade. Sotto il portone il Bianchini incontrò l’ordinanza d’un maggiore medico, che abitava sull’altra scala, un piccolo calabrese nero, che portava il cheppì per traverso, un ameno originale… – Buon giorno al signore! – gli disse questi sorridendo, e come avrebbe annunziato un allegro spettacolo, soggiunse: – Oggi, dunque, c’avremo la ribellione delli borghesi! –  Credete? – gli domandò il Bianchini. –  Ma! – rispose quegli – Pare che voglian tentare il saccheggio! E tirò via, allegro, lasciando il Bianchini a masticare quelle due brutte parole: ribellione, saccheggio. Quando fu sulla piazza, voltandosi a destra, vide l’imboccatura del Borgo San Donato chiusa da una fila di soldati di fanteria, comandati da un ufficiale, davanti ai quali stavano in contemplazione una dozzina di donne e di ragazzi con le cartelle sotto il braccio. Anche questo gli spiacque. Si diresse verso via Garibaldi, interrogando il viso di tutti i passanti, che gli pareva avessero aspetto d’operai; ma erano i visi di tutti i giorni. Infilò corso Palestro. Gli fece piacere veder dei muratori che lavoravano alla porta del lavatoio pubblico, e si soffermò un momento a guardarli con occhio benevolo; poi accese un mezzo Cavour. In quel punto sentì una voce dall’alto che disse: – I signori, dopo che hanno mangiato, fanno una fumata. – Era un ragazzo muratore, ritto sopra una scala a mano, che aveva detto quelle parole per lui.  Egli gli sorrise; ma quegli guardava  già per aria. Tirò innanzi, meditando su quella satira, che gli parve un indizio.  A malincuore. Gli rincrebbe di non aver avuto l’idea di offrire un sigaro a quel piccolo impertinente.”

 

 

 

Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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