TORINO Tra Favola e Realtà

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TORINO

Città della fantasticheria, per la sua aristocratica compiutezza composta di elementi nuovi e antichi, città delle regole, per l’assenza assoluta di stonature nel materiale e nello spirituale; città della passione, per la sua benevola propizietà agli ozi, città dell’ironia, per il suo buongusto nella vita; città esemplare, per la sua pacatezza ricca di tumulto.  Città vergine in arte, come quella che ha già visto altri fare l’amore e, di suo, non ha tollerato sinora che carezze, ma è pronta ormai se trova l’uomo, a fare il passo. Città infine, dove sono nato spiritualmente, arrivando di fuori: mia amante e non madre né sorella. E molti altri sono con lei in questo rapporto. Non le può mancare una civiltà, ed io faccio parte di una schiera. Le condizioni ci sono tutte.

C. Pavese  (Il mestiere di vivere) 

Scrive Italo Calvino: “Ora il viaggio tra le fiabe è finito, il libro è fatto, scrivo questa prefazione e ne son fuori: riuscirò a rimettere i piedi sulla terra?” Aveva terminato il suo viaggio durato poco più di due anni, in giro per l’Italia, per produrre “una raccolta delle più belle novelle del popolo italiano. Una lettura fresca per un pubblico non di studiosi pur essendo condotta con tutti i crismi della ricerca folcloristica italiana”. E così racconta come si attiene ad un rigido protocollo: “procedo così: di ogni fiaba che leggo, segno un rapido appunto: poi la classifico, … tra poco, comincerò la stesura … mi raccontavo mentalmente le storie interpretando le scene in diversi modi, producevo delle varianti, immaginavo nuove serie in cui i personaggi secondari diventavano protagonisti. … la lettura delle figure senza parole è stata certo per me una scuola di fabulazione, di stilizzazione, di composizione dell’immagine”. E poi ancora aggiunge: “Mi interessa della fiaba il disegno lineare della narrazione, il ritmo, l’essenzialità, il modo in cui il senso di una vita è contenuto in una sintesi di fatti, di prove da superare, di momenti supremi.  Tra le 200 che Italo Calvino ha  inserito in una raccolta intitolata “Fiabe Italiane” ho scelto, ovviamente, quella recuperata a Torino.

foto da Casa Teatro Ragazzi Torino

Il Principe canarino

C’era un Re e aveva una figlia. La madre di questa figlia era morta e la matrigna era gelosa della figlia e parlava sempre male di lei al Re. La ragazza, a scolparsi, a disperarsi; ma la matrigna tanto disse e tanto fece che il Re, sebbene affezionato a sua figlia, finì per darla vinta alla Regina: e le disse di condurla pure via fuori di casa. Però doveva metterla in un posto dove stesse bene, perché non avrebbe mai permesso che fosse maltrattata. – Quanto a questo, – disse la matrigna, – sta’ tranquillo, non ci pensare, – e fece chiudere la ragazza in un castello in mezzo al bosco. Prese una squadra di dame di Corte, e gliele mise lì per compagnia, con la consegna che non la lasciassero uscire e neanche affacciarsi alle finestre. Naturalmente le pagava con stipendi da Casa reale. Alla ragazza assegnata una stanza ben messa, e da mangiare e da bere tutto quello che voleva: solo che non poteva uscire. Le dame invece, ben pagate com’erano, con tanto tempo libero, se ne stavano per conto loro e non le badavano neppure.

Il Re ogni tanto chiedeva alla moglie: – E nostra figlia, come sta? Che fa di bello? – e la Regina, per far vedere che se ne interessava, andò a farle visita. Al castello, appena scese di carrozza, le dame le corsero incontro, a dirle che stesse tranquilla, che la ragazza stava tanto bene ed era tanto felice. La Regina salì un momento in camera della ragazza. – E così, stai bene, sì? Non ti manca niente, no? Hai buona cera, vedo, l’aria è buona. Stai allegra, neh! Tanti saluti! – e se ne andò. Al re disse che non aveva mai visto sua figlia tanto contenta.

Invece la  Principessa, sempre sola in quella stanza, con le dame di compagnia che non la guardavano neanche, passava le giornate tristemente affacciata alla finestra. Stava affacciata coi gomiti puntati al davanzale e le sarebbe venuto un callo ai gomiti, se non avesse pensato di metterci sotto un cuscino. La finestra dava sul bosco e la Principessa per tutto il giorno non vedeva altro che le cime degli alberi, le nuvole e giù il sentiero dei cacciatori. Su quel sentiero passò un giorno il figlio d’un Re. Inseguiva un cinghiale e passando vicino a quel castello che sapeva da chissà quanti anni disabitato, si stupì vedendo segni di vita: panni stesi tra i merli, fumo dai camini, vetri aperti. Stava così guardando, quando scorse, a una finestra lassù, una bella ragazza affacciata, e le sorrise. Anche la ragazza vide il Principe, vestito di giallo e con uose da cacciatore e la spingarda, che guardava in su e le sorrideva, e anche lei gli sorrise. Così restarono un’ora a guardarsi e a sorridersi, e anche a farsi inchini e riverenze, perché la distanza che li separava non permetteva altre comunicazioni.

L’indomani quel figlio di Re vestito di giallo, con la scusa di andare a caccia, era di nuovo lì, e stettero a guardarsi per due ore; e questa volta oltre ai sorrisi, inchini e riverenze, si misero anche una mano sul cuore e poi sventolarono a lungo i fazzoletti. Il terzo giorno il Principe si fermò tre ore e si mandarono anche un bacio sulla punta delle dita. Il quarto giorno era lì come sempre, quando da dietro a un albero fece capolino un Masca e si mise a sghignazzare: – Uah! Uah! Uah! –  Chi sei? Cos’hai da ridere? – disse vivamente il Principe. – Ho che non s’è mai  visto due innamorati così stupidi da starsene tanto lontani! – Sapessi come fare a raggiungerla, nonnina! –  disse il Principe.

– Mi siete simpatici, – disse la Masca, – e vi aiuterò . – E bussato alla porta del castello diede alle dame di compagnia un vecchio librone incartapecorito e bisunto, dicendo che era un suo regalo per la Principessa perché passasse il tempo leggendo. Le dame lo portarono alla  ragazza che subito lo aprì e lesse: “Questo è un libro magico. Se voti le pagine nel senso giusto l’uomo diventa uccello e se volti le pagine all’incontrario l‘uccello diventa uomo”.

 La ragazza corse alla finestra, posò il libro sul davanzale e cominciò a voltar le pagine in fretta e intanto guardava il giovane vestito di giallo, in piedi in mezzo al sentiero, ed ecco che da giovane vestito di giallo che era, muoveva le braccia, frullava le ali, ed era diventato un canarino; il canarino spiccava il volo ed ecco era già più in alto delle cime degli alberi, ecco che veniva verso di lei, e si posava sul cuscino del davanzale. La Principessa non resistette alla tentazione di prendere quel bel canarino nel palmo della mano e di baciarlo, poi si ricordò che era un giovane e si vergognò, poi se ne ricordò ancora e non si vergognò più, ma non vedeva l’ora di farlo tornare un giovane come prima. Riprese il libro, lo sfogliò facendo scorrere le pagine all’incontrario, ed ecco il canarino arruffava le piume gialle, frullava le ali, muoveva le braccia ed era di nuovo il giovane vestito di giallo con le uose da cacciatore che le si inginocchiava ai piedi, dicendole: – Io ti amo!

Quando s’ebbero detto tutto il loro amore, era già sera. La Principessa lentamente cominciò a girare le pagine del libro. Il giovane guardandola negli occhi ridiventò canarino, si posò sul davanzale, poi sulla gronda, poi s’affidò al vento e volò giù  a grandi giri, andandosi a posare su un basso ramo d’albero. Allora ella voltò le pagine all’incontrario, il canarino tornò Principe, il Principe saltò a terra, fischiò ai cani, lanciò un bacio verso la finestra, e s’allontanò.

Così ogni giorno il libro veniva sfogliato per far volare il Principe alla finestra in cima alla torre, rispogliato per rendergli forma umana, poi sfogliato ancora per farlo volar via, e rispogliato perché tornasse a casa. I due giovani non erano mai stati così felici.

Un giorno, la Regina venne a trovare la figliastra. Fece un giro per la stanza, sempre dicendo: – Stai bene, sì? Ti vedo un po’ magrolina, ma non è niente, è vero? Non sei stata mai così bene, no? – e intanto s’assicurava che tutto fosse al suo posto: aperse la finestra, guardò fuori, e giù nel sentiero vide il Principe vestito di giallo che s’avvicinava con i suoi cani. “Se questa smorfiosa crede di fare la civetta alla finestra, le darò una lezione”, pensò. Le chiese d’andare preparare un bicchiere d’acqua e zucchero; poi in fretta si tolse cinque o sei spilloni dai capelli che aveva in testa e li piantò nel cuscino, in modo che restassero con la punta in su, ma non si vedessero spuntare. “Così imparerà a starsene affacciata al davanzale!” La ragazza tornò con l’acqua e zucchero, e lei disse: – Uh, non ho più sete, bevitela tu, eh piccina!  Io devo tornare da tuo padre. Hai bisogno di niente, no? Addio , allora, – e se ne andò.

Appena la carrozza della Regina si fu allontanata, la ragazza girò in fretta le pagine del libro, il Principe si trasformò in canarino, volò alla finestra e piombò come una freccia sul cuscino. Subito si levò un altissimo pigolìo di dolore. Le piume gialle s’erano tinte di sangue, il canarino s’era conficcato gli spilloni nel petto. Si sollevò con un disperato annaspare d’ali, si affidò al vento, calò giù a incerti giri e si posò al suolo ad ali aperte. La Principessa spaventata, senza ancora rendersi ben conto di cos’era successo, girò velocemente i fogli all’incontrario sperando che a ridargli forma umana gli sarebbero scomparse le trafitture, ma, ahimè, il Principe riapparve grondante sangue da profonde ferite che gli squarciavano sul petto il vestito giallo, e così giaceva riverso attorniato dai suoi cani.

All’ululare dei cani sopraggiunsero gli altri cacciatori, lo soccorsero e lo portarono via su una lettiga di rami, senza nemmeno alzare gli occhi alla finestra della sua innamorata ancora atterrita di dolore e di spavento.

Portato alla sua reggia, il Principe non accennava a guarire, e i dottori non sapevano portargli alcun sollievo. Le ferite non si chiudevano e continuavano a dolergli. Il Re suo padre mise bandi a tutti gli angoli delle strade, promettendo tesori a chi sapesse il modo di guarirlo; ma non trovava nessuno.

La Principessa intanto si struggeva di non poter raggiungere l’innamorato. Si mise a tagliare le lenzuola a strisce sottili e ad annodarle insieme in modo da farne una fune lunga lunga, e con questa fune una notte calò giù dall’altissima torre. Ma tra il buio fitto e gli urli dei lupi, pensò che era meglio aspettare il mattino e trovata una vecchia quercia dal tronco cavo entrò e s’accoccolò là dentro, addormentandosi subito, stanca morta com’era. Si svegliò mentre era ancora notte fonda: le pareva d’aver sentito un fischio. Tese l’orecchio e sentì un altro fischio, poi un terzo e un quarto. E vide quattro fiammelle di candela che s’avvicinavano. Erano quattro Masche, che venivano dalle quattro parti del mondo e s’erano date convegno sotto l’albero. Da una spaccatura del tronco la Principessa, non vista, spiava le quattro vecchie con le candele in mano, che si facevano grandi feste e sghignazzavano: – Uah! Uah! Uah! Uah!

Accesero un falò ai piedi dell’albero e si sedettero a scaldarsi e a far arrostire un paio di pipistrelli per cena. Quand’ebbero ben mangiato, cominciarono a domandarsi cosa avevano visto di bello nel mondo.

– Io ho visto il Sultano dei Turchi che s’è comprato venti mogli nuove.

– Io ho visto l’Imperatore dei Cinesi che s’è fatto crescere il codino di tre metri.

– Io ho visto il Re dei Cannibali che s’è mangiato per sbaglio il Ciambellano.

– Io ho visto il Re qui vicino che ha il figlio ammalato e nessuno sa il rimedio perché lo so solo io.

– E qual è? – chiesero le altre Masche.

– Nella stanza c’è una piastrella che balla, basta alzare la piastrella e si trova un’amppolla, nell’ampolla c’è un unguento che gli farebbe sparire tutte le ferite.

La principessa da dentro all’albero stava per lanciare un grido di gioia: dovette mordersi un dito per tacere. Le Masche ormai s’eran dette tutto quel che avevano da dirsi e presero ognuna  per la sua strada. La Principessa saltò fuori dall’albero, e alla luce dell’alba si mise in marcia verso la città. Alla prima bottega di rigattiere comprò una vecchia roba da dottore, e un paio di occhiali, e andò a bussare al palazzo reale. I domestici, vedendo quel dottorino male in arnese non volevano lasciarlo entrare, ma il Re disse: – Tanto, male al mio povero figliolo non gliene può fare, perché peggio di come sta è impossibile. Fate provare anche a questo qui. – Il finto medico chiese d’esser lasciato solo col malato e gli fu concesso.

Quando fu al capezzale dell’innamorato che gemeva privo di conoscenza nel suo letto, la Principessa voleva scoppiare in lagrime e coprirlo di baci, ma si trattenne, perché doveva in fretta seguire le prescrizioni della Masca. Si mise a camminare in lungo e in largo nella stanza finché non trovò una piastrella che ballava. La sollevò, e trovò un’ampollina piena d’unguento. Con questo unguento si mise a fregare le ferite del Principe, e bastava metterci sopra la mano unta d’unguento e la ferita spariva. Piena di contentezza, chiamò il Re, e il Re vide il figlio senza più ferite, col viso tornato colorito, che dormiva tranquillo.

– Chiedetemi quel che volete, dottore, – disse il Re, – tutte le ricchezze del tesoro dello Stato sono per voi.

– Non voglio danari, – disse il dottore, – datemi solo lo scudo del Principe con lo stemma di famiglia, la bandiera del Principe e il suo giubbetto giallo, quello trafitto e insanguinato.  – E avuti questi tre oggetti se ne andò.

Dopo tre giorni, il figlio del Re era di nuovo a caccia. Passò sotto il castello in mezzo al bosco ma non levò neppure gli occhi alla finestra della Principessa. Lei prese subito il libro lo sfogliò, e il Principe, sebbene tutto contrariato, fu obbligato a trasformarsi in canarino. Volò nella stanza e la Principessa lo fece ritrasformare in uomo.  – Lasciami andare, – disse lui, – non ti basta avermi fatto trafiggere dai tuoi spilloni e avermi causato tante sofferenze? – Infatti il Principe aveva perso ogni amore per la ragazza, pensando che fosse lei la causa della disgrazia.

La ragazza era lì lì per svenire. – Ma io t’ho salvato! Sono io che t’ho guarito!

– Non è vero, – disse il Principe. – Chi m’ha salvato è un medico forestiero, che non ha voluto altra ricompensa che il mio stemma, la mia bandiera e il mio giubbetto insanguinato! –

– Ecco il tuo stemma, ecco la tua bandiera, ed ecco il tuo giubbetto! Ero io quel medico! Gli spilli erano una crudeltà della mia matrigna! –

Il Principe la guardò un momento negli occhi stupefatto. Mai gli era parsa così bella. Cadde ai suoi piedi chiedendole perdono, e dicendole tutta la sua gratitudine e il suo amore!

La sera stessa disse a suo padre che voleva sposare la ragazza del castello nel bosco. -Tu devi sposare solo la figlia d’un Re o d’un Imperatore, – disse il padre.

– Sposo la donna che m’ha salvato la vita. –

E si prepararono le nozze, con l’invito per tutti i Re e le Regine dei dintorni. Venne anche il Re padre della Principessa, senza saper nulla. Quando vide venir avanti la sposa: – Figlia mia! – esclamò.

  Come? -disse il Re padron di casa. – La sposa di mio figlio è vostra figlia?  E perché non ce l’ha detto? –

– Perché -disse la sposa, – non mi considero più la figlia d’un uomo che m’ha lasciato imprigionare dalla matrigna, – puntò l’indice contro la Regina.

Il padre, a sentire tutte le disgrazie della figlia, fu preso dalla commozione per lei e dallo sdegno per la sua perfida moglie. E non aspettò nemmeno d’essere tornato a casa per farla arrestare. Così le nozze furono celebrate con soddisfazione e letizia di tutti, tranne che di quella sciagurata.

I. Calvino (Torino)

Torino

… Come una stampa antica bavarese

Vedo al tramonto il cielo subalpino …

Da Palazzo Madama al Valentino

Ardono le Alpi tra le nubi accese …

È questa l’ora antica torinese,

è questa l’ora vera di Torino …

l’ora ch’io dissi del Risorgimento,

l’ora in cui penso a Massimo D’Azeglio

adolescente, ai miei ricordi e sento

d’esser nato troppo tardi … meglio

vivere al tempo, sacro del risveglio,

che al tempo nostro mite e sonnolento!

Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca

tuttavia d’un tal garbo parigino,

in te ritrovo me stesso bambino,

ritrovo la mia grazia fanciullesca

e  mi sei cara come la fantesca

che m’ha veduto nascere, Torino!

Tu m’hai veduto nascere, indulgesti

ai sogni del fanciullo trasognato:

tutto me stesso, tutto il mio passato,

i miei ricordi più teneri e mesti

dormono in te, sepolti come vesti

sepolte in un armadio canforato.

L’infanzia remotissima … la scuola …

la pubertà … la giovinezza accesa …

i pochi amori pallidi … l’attesa

delusa … il tedio che non ha parola …

la Morte e la mia Musa con sé sola,

sdegnosa, taciturna ed incompresa. …

G. Gozzano  da “I Colloqui”

“Conosce Torino? Ecco una città secondo il mio cuore. Anzi, la sola. Tranquilla, quasi solenne. Un soffio di buon Settecento. Palazzi di quelli che parlano al cuore; non fortezze stile Rinascimento! Città dignitosa e severa! Niente affatto grande città, niente affatto moderna come avevo temuto: ma una residenza del diciassettesimo secolo, dove su tutto era stato imposto un unico gusto, quello della Corte e della noblesse. Su ogni cosa è rimasta impressa una quiete aristocratica: non vi sono meschini sobborghi; un’unità di gusto persino nel colore. Terra classica per gli occhi e per i piedi (grazie a una pavimentazione magnifica e a un colore tra il giallo e l’ocra che fonde armonicamente tutte le cose).  E poi: scorgere le Alpi dal centro della città! Queste lunghe strade che sembrano condurre in linea retta verso le auguste cime nevose. Aria serena, limpida in modo sublime. Non avrei mai creduto che una città, grazie alla luce, potesse diventare così bella”.

F. Nietzsche “Lettere da Torino”

Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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