Ultimi giorni d’estate

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Ecco l’estate volge al termine, Ferragosto ha segnato il passaggio ad una nuova e più fresca stagione. Mi piacerebbe prolungare le sensazioni che provo immergendomi ancora e ancora nella bella stagione e allora, vieni estate nelle parole di romanzi antichi e nuovi. Mi perderò nell’inganno dei sensi: – Ecco, l’estate è per sempre, essa non è soggetta alle leggi del tempo ma solo della fantasticheria e del sogno  – .

Quante storie adatte all’estate che sta per finire: Feria d’agosto di Cesare Pavese, Luce d’agosto di William Faulkner oppure Lolita di Vladimir Nabokov e ancora Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald e Il buio oltre la siepe di Harper Lee.

Mi addentrerò ancora una volta nella  “Estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo” da Il Gattopardo

Potrei abbandonarmi alla magia di un bel giardino pubblico del centro di Torino e immaginare che sia quello che Pirandello descrive ne Il Ventaglio: “meschino e polveroso, in quel torrido pomeriggio d’agosto era quasi deserto, in mezzo alla vasta piazza cinta tutt’intorno da alte case giallicce, assopite nell’afa”.

Incamminarmi nei vicoli del centro di questa città ancora più vuota di sempre, pensando di sfogliare le pagine di Mastro Don Gesualdo che narrano di un paese che sembra : “ abbandonato, senza un’ombra, con tutte le finestre spalancate nell’afa, simili a tanti buchi neri”.

Meglio optare per la calura letteraria piuttosto che quella reale. Tante pagine per provare il desiderio nell’isolamento o nel distacco dall’ora panica e assolata dei pomeriggi d’estate in cui gli stimoli dei sensi sono più forti.

 

“ Sui vicoli stagnava una calura afosa e ripugnante; l’aria era così spessa che gli odori provenienti da abitazioni, botteghe, cucine, vapori d’olio, nuvole di profumo e molti altri, restavano sospesi senza dissolversi. Il fumo delle sigarette fluttuava immobile e si disperdeva solo con estrema lentezza. La folla che si accalcava nello spazio angusto infastidiva il viaggiatore invece di divertirlo. Più camminava, e più sentiva il tormento dell’orribile stato in cui l’aria di mare unita allo scirocco lo precipitavano, uno stato di prostrazione e insieme di eccitazione. Era inondato di un molesto sudore. Gli si annebbiava la vista, il petto era oppresso, un brivido di febbre lo scosse, il sangue gli pulsava alle tempie. Fuggì dalle Mercerie affollate, superando ponti, verso i quartieri dei poveri. Ma qui lo importunavano i mendicanti, il fetore dei canali gli mozzava il respiro. In una piazza tranquilla, uno di quei luoghi nel cuore di Venezia che sembrano abbandonati in un incantato oblio, si riposò su una vera di pozzo, s’asciugò la fronte e capì che doveva partire. Per la seconda volta e ormai in modo definitivo era dimostrato che la città, con quella situazione atmosferica, era molto dannosa alla sua salute. Ostinarsi a restare era irragionevole, la probabilità di un cambiamento del vento era molto incerta.”

La morte a Venezia, Thomas Mann (Feltrinelli, 1965 – traduzione di Enrico Filippini)

 

“Ogni cosa era coperta di grano. Le colline, basse, si susseguivano come onde di un oceano dorato. Fino in fondo all’orizzonte grano, cielo, grilli, sole e caldo. Non avevo idea di quanto faceva caldo, uno a nove anni, di gradi centigradi se ne intende poco, ma sapevo che non era normale. Quella maledetta estate del 1978 è rimasta famosa come una delle più calde del secolo. Il calore entrava nelle pietre, sbriciolava la terra, bruciava le piante e uccideva le bestie, infuocava le case. Quando prendevi i pomodori nell’orto, erano senza succo e le zucchine piccole e dure. Il sole ti levava il respiro, la forza, la voglia di giocare, tutto. E la notte si schiattava uguale.”

Io non ho paura, Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2001)

 

« Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate.
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date.
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
By chance or nature’s changing course untrimmed;
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou owest;
Nor shall Death brag thou wand’rest in his shade,
When in eternal lines to time thou grow’st:
So long as men can breathe or eyes can see,
So long lives this and this gives life to thee.”
« Dovrei paragonarti a un giorno d’Estate?
Tu sei più amabile e più tranquillo.   
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di Maggio,
E il corso dell’estate ha fin troppo presto una fine.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo,
E spesso la sua pelle dorata s’oscura;
Ed ogni cosa bella la bellezza talora declina,
spogliata per caso o per il mutevole corso della natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà svanire,
Né perder la bellezza che possiedi,
Né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra,
Quando in eterni versi nel tempo tu crescerai:
Finché uomini respireranno o occhi potran vedere,
Queste parole vivranno, e daranno vita a te.” »

William Shakespeare Sonetto 18

In una fredda giornata d’inverno, Emily Dickinson ricorda i lieti giorni estivi, oramai un ricordo lontano, “un Eden lontano immerso in un vero e proprio mondo di fiaba” (seconda strofa). L’estate rivive esclusivamente nel ricordo della poetessa: il ronzio delle api risuona come una melodia in testa, come memoria di belle giornate trascorse tra i raggi del sole e antitesi  delle cupe e fredde giornate del rigido inverno.

“Come qualche antiquato miracolo

quando la stagione estiva è finita –

sembra il ricordo dell’estate

e le avventure di giugno

una tradizione senza fine

come gli allori di Cenerentola –

o Little John – di Lincoln Green –

o le gallerie di Barbablù –

le sue api hanno un ronzio fittizio –

i suoi fiori, come un sogno –

ci esaltano – fin quasi a farci piangere –

tanto plausibili – sembrano –

le sue memorie come canti – ritornano –

quando l’orchestra è muta –

il violino riposto nella custodia –

e orecchio – e cielo – intirizziti – “

Bruno Martino “Estate” 1960

Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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