Sfogliando gli autori russi

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Adoro gli scrittori russi, mi piace la letteratura russa. Ecco a voi qualche assaggio.

 

da Anna Karenina  di Lev Nikolàevič Tolstòj

” Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.
Tutto era sottosopra in casa degli Oblònskije. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva avuto un legame con una governante francese ch’era stata in casa loro, e aveva dichiarato al marito che non poteva vivere con lui nella stessa casa. Questa situazione durava già da tre giorni ed era sentita tormentosamente e dagli stessi coniugi, e da tutti i membri della famiglia, e dai familiari. Tutti i membri della famiglia e i familiari sentivano che la loro coabitazione non aveva senso e che le persone incontratesi per caso in una locanda erano più unite fra loro che non essi, membri della famiglia e familiari degli Oblònskije. La moglie non usciva dalle sue stanze; il marito non era in casa da tre giorni; i bimbi correvano per tutta la casa come sperduti; la signorina inglese s’era bisticciata con la dispensiera e aveva scritto un biglietto a una amica, chiedendole di cercarle un nuovo posto; il cuoco se n’era andato via già il giorno prima durante il pranzo; la cuoca della servitù e il cocchiere s’erano licenziati.”

 

Tchaikovsky – Eugene Onegin Opera – Waltz

Eugenio Onegin, romanzo in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin 

Lettera
di Tatiana a Onegin
Io vi scrivo – che altro più?
Cosa posso dire ancora?
Lo so, adesso voi potete
Castigarmi col disprezzo.
Ma se un po’ di pietà avete
Della mia infelice sorte,
Non mi cestinate. Io, prima,
Non volevo dirvi niente;
La vergogna mia, credetemi,
Mai l’avreste conosciuta,
Se speranza avessi avuto
Di vedervi qua da noi,
Anche solo raramente,
Anche un giorno a settimana:

Ascoltarvi conversare,
Dirvi solo una parola,
E pensare poi, pensare
Giorno e notte sempre a quello,
Fino al successivo incontro.
Siete, dicono, un misantropo;
V’annoiate in questa landa,
E noi… certo, non brilliamo,
Anche se, semplicemente,
Siamo lieti di vedervi.
Ma perché siete venuto?
In quest’angolo remoto
Non avrei mai conosciuto
Voi, né questo amaro strazio.
E col tempo avrei, chissà,
Acquietato i turbamenti
Di quest’anima inesperta;
Chissà, un altro avrei trovato
Di mio gusto, e sarei stata
Una buona madre e moglie.

Un altro!… No, a nessuno
Avrei dato mai il mio cuore!
Questo è scritto lassù… questo
Volle il cielo: io sono tua;
Pegno è stata la mia vita
D’una cosa: incontrar te;
Lo so, è Dio che t’ha mandato,
Il mio angelo custode
Tu sarai fino alla tomba…
Tu apparivi nei miei sogni,
Non ti conoscevo e già
M’eri caro, mi sfiniva
L’incantevole tuo sguardo 
E da tempo nella mia anima
Risuonava la tua voce…
No, che non è stato un sogno!
T’ho riconosciuto sùbito:

Presi un colpo quando entrasti,
Mi dissi: “Eccolo!”, e avvampai.
Non sentivo forse te
Che in silenzio mi parlavi,
Quando un povero aiutavo,
O pregando confortavo
La mia anima agitata?
E proprio ora, in questo istante,
Non sei tu, dolce visione,
Che nel terso buio riluci
E t’accosti al mio guanciale?
Che amoroso mi consoli
Sussurrandomi parole
Di speranza? Chi tu sia,
Il mio angelo custode
O un astuto tentatore,
Ora dissipa i miei dubbi.

Forse tutto questo è inutile,
L’illusione d’un’ingenua!
La cui sorte è ben diversa…
E sia pure! La mia sorte
D’ora in poi è nelle tue mani,
Ai tuoi piedi piango, imploro
La tua protezione… Credimi:
Sono sola qui, nessuno
Mi capisce in questa casa,
Non ci sto più con la testa,
Chiusa in me dovrò morire.
T’aspetto: un solo sguardo,
E ravviva le speranze
Del mio cuore, oppure spezza
Questo sogno insopportabile,
Col tuo – giusto ahimé – rimprovero!
E finisco. Di rileggere
Ho terrore… Sto morendo
Di vergogna e di paura…
Ma ho garante il vostro onore,
Con coraggio a lui m’affido…

Quando non riesci a leggere

nell’animo  di qualcuno,

cerca di andare via,

e poi ritorna

 Boris Pasternak

Sonata in B minore Boris Pasternak

 

Guardo un film : un ragazzo legge un libro piccolo e sottile ad alta voce, una donna ascolta: -Titolo “La signora col cagnolino”-

Da molti anni non ripensavo a questo racconto di Anton Čechov, forse il più bello tra i suoi racconti.  La storia è facile da raccontare. Un quarantenne funzionario di banca, Dimitri Gurov, sposato con figli, si trova a Jalta, solo, per un periodo di villeggiatura e conosce per caso una signora molto più giovane di lui, Anna Sergeevna, che vede spesso passeggiare con il suo cagnolino. La corteggia con successo e inizia con lei una relazione molto romantica: passeggiate sul lungomare, gite in carrozza, abbracci furtivi nei giardini pubblici. Quando la donna lascia Jalta, per correre dal marito improvvisamente malato, Dimitri pensa : “Ecco una delle tante storie che finiscono, non la vedrò mai piú”.  Dimitri è un adultero impenitente e incorreggibile, e Anna gli sembra in quel momento una delle tante. Dopo qualche giorno ritorna a Mosca e la sua vita riprende come prima la quotidianità: la moglie, i figli, l’ufficio, le partite e le chiacchiere al circolo, le scorpacciate di minestra di cavolo. Ma Anna è rimasta in lui come un tarlo segreto. Non riesce a smettere di pensare a lei. È ossessionato dal ricordo di quell’amore balneare e la va a trovare nella cittadina di provincia in cui vive. Riesce ad incontrarla e a farsi promettere che sarà lei ogni tanto ad andare a Mosca per incontrarsi con lui. Iniziano  così una relazione. Ogni due o tre mesi lei racconta al marito di avere necessità di farsi visitare da un eminente ginecologo moscovita, parte per Mosca e ci rimane per qualche giorno. A questo punto Čechov ci descrive come la prospettiva di questa relazione segreta si  capovolge e una luce nuova si introduce nella vita di Dimitri: “Viveva due esistenze: una palese, che vedevano e conoscevano tutti quelli che vi avevano un qualche interesse, un’esistenza piena di verità convenzionali e di inganni convenzionali, del tutto simile a quella dei suoi conoscenti e amici; ed un’altra che scorreva segreta. E, per una strana coincidenza di circostanze, forse casuale, tutto ciò che per lui era importante, attraente, necessario, ciò in cui era sincero e non ingannava se stesso e che costituiva il nocciolo della sua vita, si svolgeva all’insaputa degli altri. Tutto ciò invece che era la sua menzogna, il suo involucro, nel quale si celava per occultare la verità, e cioè la sua attività alla banca, le discussioni al circolo, quel suo parlare della “razza inferiore”, le visite che faceva con la moglie in occasione di qualche anniversario, tutto questo era palese”.  Nell’ultima scena del racconto, Dimitri va a trovare Anna al suo albergo e abbracciandola, vede la propria immagine allo specchio. Si trova invecchiato e imbruttito e non può fare a meno di stupirsi del fatto che lei lo ami ancora“Perché lo amava tanto? Egli era sempre apparso alle donne diverso da com’era in realtà; esse avevano amato non lui, ma l’uomo che la loro immaginazione creava e che nella loro vita avevano cercato avidamente; e poi, quando si accorgevano dell’errore, continuavano tuttavia ad amarlo. E neppure una era stata felice con lui. Il tempo scorreva, egli faceva nuove conoscenze, si legava per un po’, si separava, ma non una sola volta aveva amato veramente: c’era stato tutto quel che si vuole, ma amore no”.  Dimitri per la prima volta in vita sua prova un sentimento forte ed autentico per una donna. Talmente forte e autentico da apparirgli come l’unica cosa vera della sua vita. Ed è disperato perché non sa trovare un modo per uscire allo scoperto. Il racconto si chiude con un’immagine di felicità che racchiude in sè tutta la tristezza di un rapporto clandestino. I due sono abbracciati in quella stanza d’albergo, felici di essersi ritrovati, ma esausti nella situazione alla quale sono condannati. “Poi a lungo discutevano, si consigliavano, sul modo di liberarsi dalla necessità di nascondersi, di ingannare, di vivere in due città diverse, separati per lunghi periodi. Come fare a liberarsi da tali legami insopportabili?– Come? come?- egli si chiedeva prendendosi la testa fra le mani. – Come? E pareva che sarebbe trascorso ancora poco tempo, e si sarebbe trovata una soluzione, e sarebbe cominciata allora una vita nuova, meravigliosa; ed erano convinti tutti e due che la fine era ancora lontana lontana e che il difficile, il più complicato, era appena cominciato”.  C’è di che riflettere su  questo racconto scritto alla fine dell’800 eppure ancora attuale: la scoperta dell’amore fuori tempo massimo, il gioco delle relazioni segrete che poi ti imprigionano,  gli amori  estivi nati sulle spiagge sottovalutati e poi ossessivamente ricercati.

Alexander Puskin

Il fiore

Un fiore secco, un fiore senza profumo
Dimenticato in un libro io vedo;
Ed ecco che già di uno strano sogno
Si è colmata l’anima mia:

Dove è fiorito? Quando? In quale primavera?
E a lungo è fiorito? E chi l’ha colto,
Una mano nota o forse estranea?
E chi l’ha posto in questo libro?

Forse in ricordo di un tenero incontro,
O di un fatale abbandono,
Oppure di una passeggiata solitaria
Nel silenzio dei campi, nell’ombra dei boschi?

E lui è vivo, ed è viva lei?
E ora dov’è il loro angolino?
O forse sono già appassiti,
Come questo fiore sconosciuto.

 

E ora due brevi  capitoli di un opera in versi, interessante e accattivante di cui purtroppo non ha trovato la traduzione.

The University Poem di  Vladimir Nabokov  

translated by Dmitri Nabokov

 

‘So then you’re Russian? It’s the first time
I have met a Russian …’
And the lively, delicately bulging
eyes examine me. ‘You take your tea
with lemon, I already know.
I also know that you have icons
where you live, and samovars.’
A pretty girl. A British glow
spreads across her tender skin.
She laughs, she speaks at a quick clip:
‘Frankly, our town is dullish,
though the river’s charming!
Do you row?’ Big girl,
with sloping shoulders, hands that are large,
bereft of rings.

Thus, at the vicar’s, over tea,
brand-new acquaintances, we chat,
and I endeavour to be droll.
In troubling, dulcet worry lost
at the legs that she has crossed
and at her vivid lips I peer,
then, once again, I quickly shift
my cheeky gaze. She, as expected,
has come with aunt, although the latter
is busy with her left-wing patter – ,
and, contradicting her, the vicar,
a timid man (large Adam’s apple),
with a brown-eyed, canine squint,
chokes upon a nervous cough.

Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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