Viaggi, esodi e letteratura

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E a questo punto Lei davvero ha dato la stura ai miei ricordi. A questo punto non sono più riuscito a fermarmi, a restare festgemauert in der Erde, e, sciolto da me stesso, ho nuotato a ritroso, attraverso il paesaggio da catastrofe dell’Europa, fino alla mia metà perduta. E lei se ne stava là seduto, ed era tutto ciò che l’Europa non è più. Tutto ciò che essa, per mia disgrazia, è diventata in questo tempo: lo stesso Hotel Hilton da Madrid a Oslo, la stessa stazione di servizio sull’autostrada, lo stesso aeroporto, lo stesso juke-box da Bückeburg alla Calabria, lo stesso super-market, la stessa T-shirt sulle tette delle ragazze, la stessa cruda luce al neon nelle sere in cui il cielo impietrisce sulle città falliche. Ed è stato in quel momento che ho avuto la mia visione Lei, Mister Brodny, non se ne stava là seduto a divorare paté de grives, ma un’altra pietanza, che si chiama Juropp. Ciò che Lei, dopo averlo generosamente spalmato su un pezzetto di pane bianco, infilava tra i suoi denti tenuti in perfetto ordine; ciò su cui chiudeva le Sue labbra abbandonandole al loro indipendente gioco espressivo, mentre Lei si interiorizzava fino a diventare unicamente un essere masticante e inghiottente, non era pasticcio di tordo, era l’Europa: il suo spirito, la sua anima, la sua illusione; la su antica sapienza artistica, la sua inesauribile ricchezza di forme, la compenetrazione di tutte le sue tante forme con il suo spirito, con l’essenza del suo essere. E Lei stava divorando tutto questo, dopo che tutto questo era stato perfezionato da Walt Disney, surgelato, avvolto nella plastica, nei colori confetto di un’inserzione di «Time & Life». Ah, questa sì era una gozzoviglia!

Ho visto palazzi e cattedrali sparire nella Sua bocca, e la Sua bocca chiudersi su di loro contratta in una smorfia di offesa o di disprezzo, mentre i Suoi denti trituravano. Città intere, più belle ancora di Norimberga, Lei ha spolverate  in un boccone, per esempio Bruges, o Siena, o Praga. Attraverso di Lei ho assaporato Paestum ancora nelle paludi e tutta piena di rose selvatiche, ho visto sciogliersi sulla Sua lingua un mattino primaverile nel Barbante. Lei ha infilzato con la forchetta la Danza macabra di Lubecca e l’ha smembrata con gusto, e sopra ci ha messo il David di Michelangelo con la testa e le mani troppo grandi (sì, che testa! che mani!) e subito appresso un ritratto di donna di Klimt. I sonetto di Shakespeare Le hanno solleticato il palato, la facciata di Chartres l’ha ingoiata assieme a tutte le sue misteriose regine e ai suoi angeli, e per finire si è concesso ancora l’ultimo capitolo di Du coté de chez Swann di Proust. Il tutto l’ha accompagnato con un vino che deve il suo calore al sangue di Giordano Bruno, e a Spinoza il suo spirito soave e virile. E come se non bastasse, ci si è messa anche la Sua voce di cherubino ad arrampicarsi fino alla soglia della mia coscienza …   ho dovuto trattenere il respiro e piegarmi in due per non vomitare.

La morte di mio fratello Abele  G. von Rezzori

 

«Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali. Ho bisogno della loro bellezza e della loro sublimità. Ne ho bisogno di contro alla piattezza del mondo. Voglio levare lo sguardo verso le luminose vetrate e lasciarmi abbagliare dai loro colori soprannaturali. Ho bisogno del loro splendore. Ne ho bisogno di contro alla sporca monocromia delle uniformi. Voglio lasciarmi avvolgere dalla pungente frescura delle chiese. Ho bisogno del loro silenzio imperioso. Ne ho bisogno di contro alle insulse urla da caserma e alle spiritosaggini dei fiancheggiatori del regime. Voglio sentire lo scroscio dell’organo, questo diluvio di suoni ultra terreni. Ne ho bisogno di contro alle stridule, ridicole marcette militari. Amo le persone che pregano. Ho bisogno della loro vista. Ne ho bisogno di contro al perfido veleno della superficialità e della distrazione. Voglio leggere le parole potenti della Bibbia. Ho bisogno della forza irreale della loro poesia. Ne ho bisogno di contro alla devastazione della lingua e alla dittatura delle parole d’ordine. Un mondo senza tutto questo sarebbe un mondo in cui non vorrei vivere.

Eppure esiste un altro mondo nel quale non voglio vivere: il mondo in cui il corpo e il pensiero autonomo sono demonizzati e dove vengono bollate come peccato cose che appartengono a quanto di meglio ci sia dato di sperimentare. Il mondo in cui si esige da noi amore nei confronti dei tiranni, degli sfruttatori e degli assassini, sia che i brutali passi dei loro piedi calzati dagli stivali echeggino assordanti nelle vie, sia che si aggirino furtivi e silenziosi, passi di ombre vili pronte a colpire alle spalle le vittime affondando loro i pugnali scintillanti nel cuore. Non c’è nulla di più assurdo al mondo: pretendere dal pulpito che esseri umani perdonino e persino amino creature di tal fatta. E se pure qualcuno realmente ci riuscisse, ciò significherebbe una falsità senza eguali, una spietata negazione di sé che verrebbe pagata con una totale storpiatura della persona. Questo comandamento, questo folle, degenere comandamento di amare i nemici è fatto apposta per spezzare gli esseri umani, per togliere loro in modo fraudolento tutto il coraggio e tutta la fiducia in se stessi e renderli malleabili nelle mani dei tiranni, così che non siano più in grado di trovare la forza per insorgere contro di loro, se necessario con le armi.

Venero la parola di Dio perché amo la sua forza poetica. Aborro la parola di Dio perché odio la sua crudeltà. Un amore difficile perché costretto a discernere incessantemente tra il potere illuminante delle parole e il soggiogamento violento tramite le parole operato da un Dio che si compiace di sé. Un odio difficile, come ci si può permettere di odiare infatti parole che sono parte integrante della melodia della vita in questa porzione di mondo? Parole che sin dall’infanzia ci hanno insegnato che cosa sia la reverenza? Parole che sono state per noi fari quando abbiamo cominciato ad avvertire che la vita visibile non può essere la vita nella sua interezza? Parole senza le quali non saremmo quello che siamo?

La poesia della parola di Dio ha una tale soverchia forza da farci ammutolire, ogni obiezione si trasforma in miserevole strepito. Per questo non si può semplicemente mettere via la Bibbia, la si deve invece gettare via quando non se ne può più delle sue pretese e della schiavitù a cui ci condanna. Da essa parla un Dio distante dalla vita e senza gioia che vuole restringere la potente amplitudine di un’esistenza umana – la grande circonferenza che essa è in grado di descrivere quando le si conceda libertà – all’unico, inesteso punto dell’obbedienza. Piegati dalle tribolazioni e gravati dal peccato, inariditi dalla sottomissione e dall’assenza di dignità della confessione, la fronte cosparsa di cenere e solcata dal segno della croce, ci tocca andare incontro alla morte con la speranza mille volte confutata in una vita migliore nell’aldilà. Ma perché dovrebbe essere migliore a fianco di Colui che in precedenza ci ha privati di ogni gioia e di ogni libertà?

E tuttavia sono di una bellezza sconvolgente le parole che vengono da Lui e vanno a Lui. Come le ho amate da chierichetto! Come mi hanno inebriato nello sfavillio delle candele sull’altare! Come sembrava chiaro – chiaro come la luce del sole – che quelle parole erano la misura di tutte le cose! Come mi sembrava incomprensibile che alla gente importassero anche altre parole, ciascuna delle quali poteva significare solo riprovevole distrazione e perdita dell’essenziale! Ancora oggi mi fermo quando ascolto un canto gregoriano, e per un istante –l’istante in cui la vigilanza viene meno – mi rattristo che l’inebriamento di un tempo abbia irrevocabilmente lasciato il posto alla ribellione. Una ribellione che è esplosa in me come un incendio repentino all’udire per la prima volta l’espressione: Sacrificium intellectus.

Come possiamo essere felici senza curiosità, senza interrogativi, senza dubbi, senza argomentazioni? Senza la gioia di pensare? Quell’espressione – simile a un colpo di spada che ci decapiti – significa niente di meno che questo: la folle pretesa che il nostro agire e il nostro sentire confliggano con il nostro pensiero. È l’esortazione a una scissione totale, l’ingiunzione a sacrificare quello che è il nocciolo di ogni pensabile felicità: l’interiore unità e armonizzazione della nostra vita. Lo schiavo sulla galea è incatenato, ma può pensare quello che vuole. Ma ciò che Lui, il nostro Dio, esige da noi è che con le nostre stesse mani noi radichiamo la nostra schiavitù negli strati più profondi del nostro animo e che lo facciamo di nostra spontanea volontà e con gioia. Può esserci uno scherno maggiore di questo?

Nella sua onnipresenza il Signore ci osserva giorno e notte, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo tiene la contabilità del nostro agire e del nostro pensare, non ci lascia mai in pace, non ci concede mai un momento tutto per noi. Che cos’è un uomo senza segreti? Senza pensieri e desideri che solo lui conosce? Gli sgherri addetti alla tortura – quelli dell’Inquisizione e quelli di oggi – lo sanno bene: tagliagli la ritirata nell’interiorità, non spegnere mai la luce, non lasciarlo mai solo, impediscigli di dormire e riposare: parlerà. Che la tortura ci ruba l’anima significa che essa distrugge la possibilità di restare soli con noi stessi, la solitudine di cui abbiamo bisogno come dell’aria per respirare. Il Signore Iddio non ha pensato che con la sua sfrenata curiosità e il suo ripugnante voyeurismo ci ruba l’anima, quell’anima che oltretutto dovrebbe essere immortale?

Chi in realtà vorrebbe essere immortale? Chi vorrebbe vivere in eterno? Che noia e che vuoto sapere che non ha la minima importanza quel che succede oggi, in questo mese, in questo anno perché arriveranno ancora infiniti giorni, mesi, anni. Infiniti, letteralmente infiniti. Se così fosse, che cosa mai potrebbe contare? Non ci sarebbe più bisogno di computare il tempo, non sussisterebbe l’eventualità di lasciarsi sfuggire qualcosa, non dovremmo più affrettarci. Sarebbe indifferente fare qualcosa oggi o domani. Del tutto indifferente. Milioni di dimenticanze e omissioni al cospetto dell’eternità diventerebbero un nulla, e non avrebbe senso rammaricarsi di qualcosa poiché resterebbe sempre il tempo per recuperarlo. Non potremmo nemmeno vivere alla giornata, perché questa felicità si nutre della consapevolezza che il tempo passa, lo sfaccendato è un avventuriero che sfida la morte, un crociato che combatte contro il diktat della fretta. Se sempre e ovunque c’è tempo per tutto e per ogni cosa, dove dovrebbe mai esserci ancora spazio per la gioia di dissipare il tempo?

Un sentimento non è mai lo stesso se si ripresenta una seconda volta. Sbiadisce nel momento in cui scorgiamo che ritorna. Ci stanchiamo e ci tediamo dei nostri sentimenti quando si reiterano troppo spesso e durano troppo a lungo. L’anima immortale dovrebbe essere sopraffatta da un tedio colossale e da una disperazione che si trasforma in grido davanti alla certezza che niente finirà, mai. I sentimenti vogliono svilupparsi e noi con loro. Sono quello che sono perché si discostano da ciò che sono stati un tempo e perché fluiscono incontro a un futuro dove nuovamente si discosteranno da se stessi. Se questa corrente confluisse nell’infinito, in noi si ingenererebbero miriadi di sensazioni che, abituati come siamo a un tempo circoscritto, non potremmo nemmeno rappresentarci nella mente. Quando sentiamo parlare di vita eterna siamo quindi totalmente all’oscuro di quanto ci viene promesso. Che cosa vorrebbe dire sussistere in eterno, privi della consolazione di venire liberati un giorno dalla coercizione di essere noi stessi? Non lo sappiamo ed è una benedizione il fatto che non lo sapremo mai. Perché almeno di una cosa siamo consapevoli: il paradiso dell’immortalità sarebbe un inferno.

È la morte a conferire all’attimo la sua bellezza e il suo terrore. Solo in virtù della morte il tempo è un tempo vivo. Perché il Signore, Dio onnisciente, lo ignora? Perché ci minaccia con un’infinitezza che può significare solo un’intollerabile desolazione?

Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali. Ho bisogno dello splendore delle loro vetrate, della loro fresca quiete, del loro imperioso silenzio. Ho bisogno del diluvio di suoni dell’organo e della sacra devozione degli esseri umani. Ho bisogno della sacralità delle parole, della sublimità della grande poesia. Ho bisogno di tutto questo. Ma ho bisogno parimenti della libertà e dell’avversione nei confronti di ogni forma di crudeltà. Perché l’una è niente senza l’altra. E nessuno si sogni di costringermi a scegliere».

Pascal Mercier

Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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