Uomini & Donne

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George Bernard Shaw

UOMO E SUPERUOMO

ATTO III

Personaggi: DOÑA  AÑA, DON GIOVANNI, LA STATUA , IL DIAVOLO

 

DOÑA  AÑA   Mi sembra che, nonostante tutti i suoi difetti,  anche la Donna v’abbia insegnato qualcosa.

DON GIOVANNI   Ha fatto di più: ha interpretato per me tutti gli insegnamenti degli altri. Oh, amici       miei, quando le barriere sono cadute per la prima volta, che sorprendente rivelazione! Ero stato preparato all’infatuazione, all’intossicazione, a tutte le illusioni del giovanile sogno d’amore: ma, oh!, mai la mia percezione fu più chiara e il mio senso critico più spietato. La più gelosa rivale della mia amante non ha mai veduto le sue magagne più nettamente di me. Io non mi lasciavo ingannare: prendevo la Donna senza cloroformizzarmi.

DOÑA AÑA  Ma la prendevate.

DON GIOVANNI  Questa fu la rivelazione. Fino a quel momento non avevo mai perduro la certezza di essere padrone di me stesso; non avevo mai fatto coscientemente un solo passo che la mia ragione non avesse ponderato e approvato. Ero arrivato alla convinzione di essere una creatura razionale: un pensatore! Dicevo, come quello sciocco filosofo: “Penso, dunque sono”. Ma la Donna m’ha insegnato a dire: “Sono: dunque penso”. E anche: “Dovrei pensare di più; quindi devo essere di più”.

LA STATUA   Tutto ciò è spaventosamente astratto e metafisico, Giovanni. Se vi atteneste al concreto, ed esponeste le vostre scoperte sotto forma di aneddoti divertenti sulle vostre avventure con le donne, la vostra conversazione sarebbe più agevole da seguire.

DON GIOVANNI   Mah! Che debbo aggiungere? Non capite che quando mi trovai faccia a faccia con la Donna, ogni fibra del mio cervello chiaro e critico mi consigliava di risparmiare lei e di salvare me stesso? La mia morale diceva No. La mia coscienza diceva No. La mia cavalleria e la mia pietà per lei dicevano No. Il mio prudente riguardo per me stesso diceva No. Il mio orecchio, allenato da mille canzoni e sinfonie: il mio occhio, esercitato da mille dipinti, scomponevano la sua voce, i suoi lineamenti, il suo colore. E coglievo tutte le rivelatrici somiglianze fra lei e suo padre e sua madre tanto che riuscivo a immaginarmi quello che sarebbe stata da lì a trent’anni. Osservavo il bagliore dell’oro di un dente guasto nella sua bocca ridente; facevo curiose osservazioni sugli strani odori prodotti dalla chimica del suo sistema nervoso. Le visioni dei miei sogni romantici, durante le quali avevo percorso  le vastità celesti con una creatura immortale e senza età, fatta di corallo e d’avorio, mi abbandonavano in quell’ora suprema. Ricordavo quelle immagini e disperatamente tentavo di ritrovarne le illusioni; ma in quel momento esse mi apparivano invenzioni vuote quant’altre mai; il mio giudizio non doveva essere corrotto; il mio cervello diceva ancora No ad ogni conclusione. E mentre stavo per formulare un pretesto alla signora, la Vita mi afferrava e mi gettava fra le braccia di lei come un marinaio lancia un pezzo di pesce in bocca a un gabbiano.

LA STATUA   Avreste potuto andarvene senza pensarci tanto, Giovanni. Siete come tutti gli uomini intelligenti: avete più cervello di quanto vi gioverebbe.

IL DIAVOLO   E non eravate più felice dopo l’esperienza, señor Don Giovanni?

DON GIOVANNI   Più felice, no; più saggio, sì. Quel momento mi rivelava per la prima volta a me stesso, e attraverso me stesso, al mondo. Ho capito allora come sia inutile cercare di imporre delle condizioni alla irresistibile forza della Vita; predicare prudenza, attenta selezione, virtù, onore, castità …

DOÑA AÑA   Don Giovanni: una sola parola contro la castità è un insulto per me.

DON GIOVANNI   Io non dico niente contro la vostra castità, señora, poiché ha assunto la forma di un marito e di dodici figli: che cosa avreste potuto fare di più se foste stata la più dissoluta delle donne?

DOÑA AÑA   Avrei potuto avere dodici mariti e nessun figlio; ecco che cosa avrei potuto fare, Giovanni. E lasciatemi dire che per la terra che io ho popolata, la differenza sarebbe stata forte.

LA STATUA   Brava Aña! Giovanni: siete atterrato, schiacciato, annientato.

DON GIOVANNI   No; infatti, sebbene questa differenza rappresenti veramente il fulcro della questione – Doña Aña è, lo ammetto, andata dritta al bersaglio – non si tratta di differenza d’amore o di castità, o anche di costanza; infatti dodici figli di dodici mariti diversi avrebbero popolato la terra in modo, forse, più efficace. Supponete che il mio amico Ottavio fosse morto quando voi avevate trent’anni: non sareste rimasta vedova, eravate troppo bella. E supponete che il successore di Ottavio fosse morto quando voi avevate quarant’anni, sareste stata ancora irresistibile; e una donna che s’è sposata due volte si sposa anche tre, se diventa libera e lo può fare. Dodici figli legittimi nati da una signora altamente rispettabile e da tre padri diversi non costituiscono un’eventualità impossibile e nemmeno condannata dall’opinione pubblica. Che una signora siffatta sia più ligia alla legge della povera ragazza che eravamo soliti sospingere sui marciapiedi, perché metteva al mondo un solo bambino illegittimo, è indubbiamente vero; ma osate dire che ella è meno intemperante?

DOÑA AÑA   È più virtuosa: e tanto mi basta.

DON GIOVANNI   In questo caso che cos’è la virtù se non il sindacalismo dei coniugati? Affrontiamo la realtà, cara Aña. La Forza vitale rispetta il matrimonio soltanto perché il matrimonio è un suo espediente creato per assicurare il maggior numero di bambini e la più attenta cura di essi. Ad essa interessano minimamente l’onore, la castità e tutte le vostre invenzioni morali. Il matrimonio è la più licenziosa tra le istituzioni umane …

 

 

Una donna 

Una donna è una cosa che canta

in mezzo alla bufera del mondo

coi lunghi capelli sparsi

su oscure catene

una donna mi ispira i colori

e il sonno delle ombre

tu che sei donna ascolta:

non avrai una spiaggia sicura

né un porticciolo di vento

ma amerai uomini in festa

perché la tua bellezza

è voce del vento.

sei scura come la menzogna

e ti crederanno bugiarda

verrai arsa sul rogo d’impazienza

ma tu non brucerai mai

perché sei bella.

 Alda Merini

 Sei bella

E non per quel filo di trucco.

Sei bella per quanta vita ti è passata addosso,

per i sogni che hai dentro

e che non conosco.

Bella per tutte le volte che toccava a te,

ma avanti il prossimo.

Per le parole spese invano

e per quelle cercate lontano.

Per ogni lacrima scesa

e per quelle nascoste di notte

al chiaro di luna complice.

Per il sorriso che provi,

le attenzioni che non trovi,

per le emozioni che senti

e la speranza che inventi.

Sei bella semplicemente,

come un fiore raccolto in fretta,

come un dono inaspettato,

come uno sguardo rubato

o un abbraccio sentito.

Sei bella

E non importa che il mondo sappia,

sei bella davvero,

ma solo per chi ti sa guardare. 

Alda Merini

Simile a un dio mi sembra quell’uomo

 

Simile a un dio mi sembra quell’uomo

che siede davanti a te, e da vicino

ti ascolta mentre tu parli

con dolcezza

e con incanto sorridi. E questo

fa sobbalzare il mio cuore nel petto.

Se appena ti vedo, sùbito non posso

più parlare:

la lingua si spezza: un fuoco

leggero sotto la pelle mi corre:

nulla vedo con gli occhi e le orecchie

mi rombano:

un sudore freddo mi pervade: un tremore

tutta mi scuote: sono più verde

dell’erba; e poco lontana mi sento

dall’essere morta.

Ma tutto si può sopportare…

Saffo

 

 

A passeggio

Succede che mi stanco di essere uomo

Succede che entro nelle sartorie e nei cinema smorto,

impenetrabile, come un cigno di feltro

che naviga in un’acqua di origine e di cenere.

L’odore dei parrucchieri mi fa piangere e stridere

Voglio solo un riposo di ciottoli o di lana

Non voglio più vedere stabilimenti e giardini

Mercanzie, occhiali e ascensori.

Succede che mi stanco dei miei piedi e delle mie unghie

E dei miei capelli e della mia ombra

Succede che mi stanco di essere uomo.

Dopo tutto sarebbe delizioso

Spaventare un notaio con un giglio mozzo

O dar morte a una monaca con un colpo d’orecchio.

Sarebbe bello andare per le vie con un coltello verde

E gettar grida fino a morir di freddo.

Non voglio essere più radice nelle tenebre,

barcollante, con brividi di sonno, proteso all’ingiù,

nelle fradicie argille della terra

assorbendo e pensando, mangiando tutti i giorni.

Non voglio per me tante disgrazie

Non voglio essere più radice e tomba

Sotterraneo deserto, stiva di morti,

intirizzito, morente di pena.

E per ciò il lunedì brucia come il petrolio

Quando mi vede giungere con viso da recluso

E urla nel suo scorrere come ruota ferita

E fa passi di sangue caldo verso la morte.

E mi spinge in certi angoli, in certe case umide,

in ospedali dove le ossa escono dalla finestra,

in certe calzolerie che puzzano d’aceto

in strade spaventose come crepe.

Vi sono uccelli color zolfo e orribili intestini

Appesi alle porte delle case che odio,

vi sono dentiere dimenticate in una caffetteria

vi sono specchi

che avrebbero dovuto piangere di vergogna e spavento,

vi sono ombrelli dappertutto e veleni e ombelichi.

Io passeggio con calma, con occhi, con scarpe,

con furia, con oblio

passo attraverso uffici e negozi ortopedici

e cortili con panni tesi a un filo metallico:

mutande, camicie e asciugamani che piangono

lente lacrime sporche.

Pablo Neruda

Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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