Perché leggere poesie?

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Pubblicata postuma nel 1951 dopo il suicidio dell’autore nella raccolta  La terra e la morte la poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi  di Cesare Pavese, ci racconta della delusione amorosa patita per Constance Dowling. Tutte le poesie della raccolta descrivono ed esprimono l’amore, o meglio il flirt, come dice il poeta nell’ultima poesia, tra lui e l’attrice americana.

La prima e grande differenza tra Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e tutte le altre poesie della raccolta è che questa è l’unica di tono emotivo cupo e triste e preannuncia il suicidio del poeta, mentre le altre  esprimono l’amore in forma viva e tenero, benché conflittuale e tormentato. Il tema della poesia è senza dubbio l’identificazione di amore e morte. Il poeta identifica la morte con le sembianze dell’attrice e descrive la sua discesa nell’Ade accompagnato dalla morte che ha gli occhi di Constance.

La morte non parla  falcia soltanto e la differenza tra il regno dei vivi e il regno dei morti è proprio questa: mentre i vivi urlano e litigano, nel regno dei morti non si parla per cui “scenderemo nel gorgo muti”.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

 

Quanti  hanno sottolineato l’inutilità della letteratura paragonata alla scienza, alla medicina, al diritto? Il nostro mondo scorre ineluttabile davanti all’immensa bellezza di un verso, guarda con indifferenza giudicando insensata e inerte la più nobile analisi dell’animo umano.

Non dimenticherò mai la felicità quando scoprii che la frase che pronunciava Mary Poppins nell’omonimo film: “Una cosa bella è una gioia sempiterna”, in realtà è stata tratta dell’Endimione di John Keats. L’essenza della poesia espressa con grande e fresca semplicità. Una cosa bella è una gioia per sempre. Viviamo una vita che ogni giorno ci parla di orrori, di stragi con indifferenza, di crisi economica e di gente disperata come se leggesse l’0roscopo. Cosa si deve fare perché si impari  a osservare la vita nella sua più alta manifestazione? Saltella tra i versi di autori diversi e di stili diversi e impara ad apprezzare la poesia.

“S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempesterei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo; 

 

s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo,
ché tutti cristïani imbrigherei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
A tutti mozzarei lo capo a tondo.
 
S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente farìa da mi’ madre,
S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui. »
Cecco Angiolieri
Mattino d’autunno

 Che dolcezza infantile

Nella mattinata tranquilla!

C’è il sole tra le foglie gialle

E i ragni tendono fra i rami

Le loro strade di seta.
F. G. Lorca

Ottobre 

Un tempo era d’estate

era a quel fuoco, a quegli ardori,

che si destava la mia fantasia!

Inclino adesso all’autunno

dal colore che inebria:

amo la stanca stagione

che ha già vendemmiato.

Niente più mi somiglia,

nulla più mi consola,

di quest’aria che odora

di mosto e di vino,

di questo vecchio sole ottobrino

che splende nelle vigne saccheggiate.

V. Cardarelli

Emily Dickinson

Tempesta

Come un suono di corno

il vento arrivò, scosse l’erba;

un verde brivido diaccio

così sinistro passò nel caldo

che sbarrammo le porte e le finestre

quasi entrasse uno spettro di smeraldo;

e fu certo l’elettrico

segnale del Giudizio.

Una bizzarra turba di ansimanti

alberi, siepo alla deriva

e case in fuga nei fiumi

è ciò che videro i vivi.

Tocchi del campanile desolato

mulinavano le ultime nuove.

Quanto può giungere,

quanto può andarsene,

in un mondo che non si muove!

(Traduzione di EUGENIO MONTALE)
Goldberg Variations Complete (J.S. Bach BWV 988), with score, Kimiko Ishizaka piano

 

LA TEMPESTA

Atto IV Scena I

Elfi delle colline, dei ruscelli,
dei tersi e placidi laghi, dei boschi;
e voi che lungo le sabbiose rive
su cui non lascia orma il vostro piede
vi divertite ad inseguire il flutto
che si ritrae, e quando rifluisce
a scansarlo, fuggendo via da esso;
voi, gnomi, che al chiarore della luna
tracciate verdi cerchi d’erba amara,
che i greggi si rifiutan di brucare;
e voi, cui solo piace divertirsi
a far spuntare i funghi a mezza notte,
e che gioite quando dalle torri
udite batter l’ora della sera,
io fino ad oggi con il vostro aiuto
(per deboli artigiani che voi siate),
ho potuto abbuiare il gran meriggio,
stanar dagli antri i riottosi venti,
e scatenarli ovunque, in mare e in terra,
destar di colpo strepitosa guerra
tra il verde mare e il ceruleo cielo,
accendere del fragoroso tuono
le paurose fulminee saette,
e con esse spaccar di Giove stesso
la salda quercia, scrollar dalla base
il monte che nel mare si protende,
strappar dalle radici il cedro e il pino.
Le tombe hanno svegliato, al mio comando,
i lor dormienti, aperti i lor coperchi,
e li han lasciati uscire,
sì potente si dimostrò finora
la mia magica arte.
Ma ora all’esercizio di tale arte
io faccio abiura, null’altro chiedendo,
come ultimo servizio, che produrmi
qualche istante di musica celeste
perch’io possa raggiungere il mio scopo
d’agire sovra i sensi di coloro
cui questo aereo incanto è destinato;
poi spezzerò questa mia verga magica,
e la seppellirò ben sottoterra
e in mare scaglierò tutti i miei libri,
che vadano a sommergersi più in fondo
di quanto mai sia sceso uno scandaglio.

William Shakespeare

Mi sono innamorata

delle mie stesse ali d’angelo,

delle mie nari che succhiano la notte,

mi sono innamorata di me

e dei miei tormenti.

Un erpice che scava dentro le cose,

o forse fatta donzella

ho perso le mie sembianze.

Come sei nudo, amore,

nudo e senza difesa:

io sono la vera cetra

che ti colpisce nel petto

e ti dà larga resa.

Alda Merini da Vuoto d’Amore

Le più belle poesie

si scrivono sopra le pietre

coi ginocchi piagati

e le menti aguzzate dal mistero.

Le più belle poesie si scrivono

davanti a un altare vuoto,

accerchiati da agenti

della divina follia.

Così, pazzo criminale qual sei

tu detti versi all’umanità,

i versi della riscossa

e le bibliche profezie

e sei fratello di Giona.

Ma nella Terra Promessa

dove germinano i pomi d’oro

e l’albero della conoscenza

Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.

Ma tu sì, maledici

ora per ora il tuo canto

perché sei sceso nel limbo,

dove aspiri l’assenzio

di una sopravvivenza negata.

Alda Merini da  la Terra Santa

 

 

 


Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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