VIAGGIO IN ALBANIA

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Sono stata di recente in Albania e ho scoperto un aspetto di questa nazione completamente nuovo. Siamo spesso vittime di luoghi comuni e di pregiudizi.  L’Albania è un bellissimo paese che conserva inalterato e ignorato un  patrimonio di cultura e tradizioni e di meravigliosi paesaggi naturali ancora incontaminati. Ricco di una cultura autentica. Provare per credere e io l’ho fatto con un gruppo di amici. Provateci anche voi e se avete basato il vostro giudizio sugli stereotipi e pensavate  che l’Albania fosse una terra di spaccio, delinquenza e malavita avrete l’occasione per ricredervi.

BERAT

Viaggiare per me è anche andare alla ricerca di testimonianze letterarie e così ho scoperto un ricco patrimonio di poeti albanesi e tra molti ho scelto Visar Zhiti  vissuto nel suo paese, l’Albania, che la dittatura di Enver Hoxha aveva forse reso uno tra i  più cupi del mondo. Il totalitarismo lo condannò perché scriveva poesie, perché i suoi versi erano “ostili al regime, tristi ed ermetici”, come recitava la censura ufficiale. Visar Zhiti non rinunciò al canto. Consapevole  che ogni metafora non lo metteva al riparo: «Terrificante la sfinge crine di crepuscolo / nel deserto troneggia tetra». I versi furono portati in tribunale e letti dall’accusa come allegoria del tiranno. Forse non è del tutto vero, come sosteneva Adorno, che dopo Auschwitz non è più possibile la poesia.  Il poeta albanese Visar Zhiti  ci ha dimostrato che dall’orrore più buio della storia può nascere grande lirica.

Il poeta che internato nelle miniere e costretto nei campi di lavoro per dieci anni fino al 1987, quando ottenne la libertà, è considerato in patria e anche all’estero, la voce più alta di tutta la moderna poesia albanese. Appena nel regime si aprirono le prime crepe, Visar Zhiti fuggi via da questo passato di dolore come fecero tanti giovani albanesi con le traversate disperate dell’Adriatico verso l’Occidente e anche se Theodor Andorno affermava: «Nei campi di concentramento del fascismo è stata cancellata la linea di demarcazione tra la vita e la morte. Essi hanno creato uno stato intermedio, scheletri viventi e individui in decomposizione, vittime a cui il suicidio non riesce, la risata di Satana sopra la speranza di eliminare la morte. Come nelle epopee rovesciate di Kafka, lì andò distrutto ciò in cui l’esperienza trova il suo criterio, la vita vissuta fino in fondo»,  in carcere, invece, Visar Zhiti temeva di non esistere senza poesia. Ricorda il poeta: “In cella di isolamento, per mantenere l’equilibrio mentale e spirituale e convivere con il terrore che non riuscivo a dominare, e non avendo la possibilità di leggere libri o scrivere ai famigliari, creai poesie, ma solo mentalmente. Le recitavo a bassa voce, cercando di attenuare la paura”.

AGIROCASTRO

 

Visar Zhiti.

Confessione senza altari

Scheletro

Fate conoscenza con il mio scheletro:

sono io – senza i miei sogni.

Dopo offritemi ciò che volete,

sempre scheletro

resterò.

 

Un maglione

Se tu sapessi, amore,

quanto ti ama il mio cuore.

I tuoi lunghi capelli taglieresti,

e un maglione per me faresti

– Che te ne pare di questo stornello,

scritto da un detenuto? –

chiesi a un compagno di cella.

– Poveretto, avrà avuto freddo! – mi disse

e tacque.

Il tempo, maglione strappato,

lascia penetrare il vento nelle ossa della patria.

 

Continuamente si tradisce l’uomo

Continuamente si tradisce l’uomo,

e non dico del suo giorno

che improvvisamente diventa notte,

né della notte dei suoi capelli

che inalba e diventa tacito giorno di vecchiaia.

Si tradisce l’uomo

E non dico che anche la sua tomba muore e il nome

diventa erba marcita di oblio,

ma l’uomo è continuamente tradito dall’uomo.

E quando una metà mangia l’altra metà

non resta più l’intero,

mi disse chi era invecchiato nelle prigioni.

a cura di E. Miracco. Diana Edizioni, 2012.

La sua fama è testimoniata dalla presenza di sue poesie in antologie di molti paesi europei (Francia, Polonia, Romania, Germania) e dalle traduzioni delle sue opere in italiano, macedone, rumeno, greco, tedesco, francese, inglese.

IL MESSAGGIO DELL’ACQUA

Di notte,

nella notte del Signore,

dentro la notte cavernosa

mi lasciarono solo.

Caricavo di rame i vagoni e da solo.

Anche la mia ombra fuggì e restai più solo.


All’improvviso un rivolo d’acqua, chissà dove nasceva,

dalle fessure della roccia o dell’incubo lì accanto.

Cinguettava come gli uccelli,

gorgogliava come la sincerità di chi si ama.

Aveva camminato molto,

solo e soltanto per riempire la mia solitudine

di voci limpide,

primordiali, di balbettii incomprensibili,

per non dare significato alla solitudine

alla paura…

Rivolo dadaista, proibito,

sii benedetto,

per il tuo messaggio!

Ecco sopraggiungere furtive

le ombre degli amici. Assetati bevono

e ridono. Anche se il regolamento vieta ai detenuti

di ridere.

* * *

E daccapo

è giunta l’epoca di pensare,

oh cuore!

Il messaggio dell’acqua è certamente una poesia di enorme bellezza e qualità espressiva, ma per comprenderla fino in fondo, è importante conoscere il contesto in cui è nata: il campo di prigionia.

Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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