IL DIRITTO ALLA FELICITÀ

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Felicità

C’è un’ape che si posa

su un bocciolo di rosa:

lo succhia e se ne va…

Tutto sommato, la felicità

è una piccola cosa.

Trilussa

Cercare la felicità è un’esigenza universale e di ogni singolo individuo e se l’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel giugno 2012, con la risoluzione A/RES/66/281 ha istituito la Giornata Internazionale della Felicità dobbiamo pensare che è fondamentale per ogni soggetto il diritto ad essere felici.

Nel documento ufficiale leggiamo:

“L’Assemblea generale […] consapevole che la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […]”.

Spesso ci sentiamo soverchiati dalla nostra impotenza di fronte alle catastrofi naturali, o dalla paura della completa distruzione dell’edificio economico, sociale, culturale del nostro mondo civile che abbiamo eretto, o dall’angoscia di un ritorno alla barbarie.

Il World Happiness Report dell’Onu da sette anni a questa parte conduce un sondaggio che prende in esame i risultati provenienti da 156 paesi con l’intento di andare a costituire un macro indicatore in grado di misurare il livello di felicità di ogni nazione e di conseguenza dei suoi abitanti. Il World Happiness Report 2019, elaborato dal Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite, ha preso in esame la percezione della felicità dei cittadini, tenendo conto di fattori come prosperità economica, aspettativa di vita, stato del welfare e libertà individuale. Nello specifico sono stati esaminati il Prodotto Interno Lordo pro-capite, la generosità degli abitanti, la serenità nel poter compiere scelte di vita, l’aspettativa di vita, la percezione di corruzione all’interno del paese ed il supporto sociale. Il nuovo rapporto dell’Onu per il settimo anno consecutivo rivela la classifica dei paesi più felici del mondo. In testa ci sono tre paesi scandinavi: oltre alla Finlandia che si conferma al primo posto, Danimarca e Norvegia. Nella top ten ci sono anche Islanda, Paesi Bassi, Svizzera, Svezia, Nuova Zelanda, Canada e Austria. Retrocedono gli Stati Uniti, dal 18esimo al 19esimo posto. Notizie positive per l’Italia anche se nelle retrovie: sebbene sia lontana dalla vetta è più felice che in passato, risalendo dal 47esimo al 36esimo posto. In fondo alla lista compaiono Siria, Malawi, Yemen, Ruanda, Tanzania, Afghanistan, Centrafrica e infine Sud Sudan.  Nonostante il Bel Paese sia salito di numerose posizioni nella graduatoria il suo posto risulta ben lontano da quella di alcuni stati geograficamente molto vicini.

A questo punto mi chiedo se esiste il diritto alla felicità. Sappiamo che gli Stati Uniti lo contemplano espressamente nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti.

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

Probabilmente per la prima volta nella storia, l’Atto che fondava una Nazione proclamava in termini così netti che ogni uomo ha diritto di perseguire la Felicità. Da quelle parti d’altronde non hanno l’incondizionato amore per il dogmatismo categoriale che contraddistingue il vecchio continente. La nostra pesantezza teorica ci impedisce di elevare a diritto uno stato emotivo.

In effetti, sembra che Benjamin Franklin abbia inserito l’esplicito riferimento al diritto alla Felicità, nella Dichiarazione d’Indipendenza, su suggerimento di un filosofo italiano, il napoletano, Gaetano Filangieri. Nel 1780, Filangieri scriveva, infatti, ne ‘La Scienza della Legislazione’:

“Nel progresso concreto del sistema di leggi sta il progredire della Felicità nazionale, il cui conseguimento è il fine vero del governo, che lo consegue non genericamente ma come somma di Felicità dei singoli individui”.

Sono passati secoli da allora ma una buona parte degli uomini è ancora in viaggio per raggiungere, non dico la felicità, ma quanto meno il soddisfacimento delle proprie esigenze di primaria sussistenza. Le moderne Costituzioni sembrano essere, oggi, abbastanza caute nel proclamare il diritto a un bene così desiderato, ma anche inafferrabile, come l’essere felici. L’Art. 3 della Costituzione italiana, ad esempio, molto prudentemente recita:

“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

In termini più generali possiamo considerare il diritto ad essere felici come rivendicazione del più sacrosanto dei diritti di personalità, quello di essere se stessi e di essere liberi di realizzare le proprie ambizioni. In tale contesto forse avrebbe anche senso la felicità come riflesso di un liberalismo completamente realizzato. Del resto che la ricerca della felicità sia lo scopo della vita dell’uomo è una posizione filosofica decisamente diffusa e dalle origini nobili e antiche. Spesso la nostra felicità è legata al senso che ciascuno riesce a dare alla propria esistenza. Si tratta di un percorso essenzialmente individuale e del tutto personale, che può seguire la strada della ricerca filosofica, di quella religiosa o di una valorizzazione laica del significato della vita.

La domanda quindi è se l’uomo può raggiungere la felicità, e quindi se è stato mai  felice e soprattutto come questo stato d’animo si è sviluppato nel tempo: se come un’aspirazione ascetica, o come la ricerca di una dimensione edonistica, oppure se vissuto come la nostalgia di un paradiso lontano. La felicità è la più desiderata tra le condizioni dell’uomo, anche se ciascuno ha una ricetta diversa per arrivarci.

«Beatus nemo dici potest extra veritatem proiectus»

«Nessuno lontano dalla verità può dirsi felice.»

Seneca

La felicità è lo stato d’animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri. L’etimologia fa derivare felicità da: felicitas, deriv. felix-icis, “felice”, la cui radice “fe-” significa abbondanza, ricchezza, prosperità.

La felicità si sviluppa sia in senso intellettuale che materiale, sia fisico che psichico, sia affettivo che emozionale.

Facciamo esempi pratici su come il valore della felicità cambi anche in virtù della cultura e del contesto ambientale, essa può essere il sorriso di un bambino o l’acquisto di una villa con piscina; un matrimonio o la conquista dell’Everest; la pace dei sensi o la vittoria ai mondiali di calcio.

Il momento storico in cui viviamo spesso ci costringe a una continua pressione sociale, amplificata  dai nuovi canali di comunicazione e dalla cultura delle immagini che quotidianamente ci propongono modelli di felicità costante quanto fugace e ci vorrebbe tutti sorridenti e  fa della felicità una condizione indispensabile, generando l’idea completamente sbagliata, che la malinconia non sia sana e che vada rinnegata, quando invece il dolore e la tristezza sono fisiologici, e  parte integrante della vita e vanno vissuti come tale.

 

Io mi accontento di essere

serena nel tempo;

la felicità sono attimi

e quando arrivano

me li prendo senza esitare

Alda Merini

Io no ho bisogno di denaro.

Ho bisogno di sentimenti,

di parole, di parole scelte sapientemente,

di fiori detti pensieri,

di rose dette presenze.

di sogni che abitino gli alberi,

di canzoni che facciano danzare le statue.

Alda Merini

Questa volta lasciate che sia felice,

non è successo nulla a nessuno,

non sono da nessuna parte,

succede solo che sono felice

fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo,

che posso farci, sono felice.

Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,

sento la pelle come un albero raggrinzito,

e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,

il mare come un anello intorno alla mia vita,

fatta di pane e pietra la terra

l’aria canta come una chitarra.

Pablo Neruda

Nel Settecento, Alexander Pope scriveva:

Oh, felicità! Meta e scopo del nostro essere! Bene, Piacere,

Tranquillità, Soddisfazione!

Qualunque sia il tuo nome: quel qualcosa di quieto che provoca il sospiro eterno,

per il quale sopportiamo il vivere od osiamo morire…

Osserviamo che la felicità – per l’individuo – è un problema solo quando non c’è, quando viene cercata. Chi è felice, infatti,  “non si interroga sulle ragioni per cui lo è. ” Mentre la mancanza di felicità genera inquietudine, ovvero uno stato di non felicità: e “chi soffre, non solo si interroga sulle ragioni del proprio soffrire, ma tramite la sofferenza eleva se stesso a problema e per tale via si interroga in generale sul senso stesso dell’esistenza”.

(Salvatore Natoli)

“Ahi progenie di mortali, come simile al nulla è la vostra vita! Di felicità non più che un’apparenza ha ciascuno, e anche questa, appena avuta, subito declina e cade. Solo che a te come ad esempio io

guardi e alla tua vita, Edipo miserando, cosa nessuna io reputo dei

mortali felice.”

(Sofocle)

SOLO IL SAPERE DÀ LA FELICITÀ

– Eppure, Clinia, sarà sufficiente questo solo a fare felice un uomo, cioè possedere i beni e servirsene?
– Mi sembra di sì, Socrate!
– Se, aggiunsi, uno se ne serva rettamente, oppure no?
– Se rettamente!
– Giusta risposta, dissi. […] E allora, proseguii, anche nell’uso di quelli che prima dicevamo beni, ricchezza, salute, bellezza, sempre la scienza è guida ad usarne rettamente e a indirizzare l’azione al suo giusto fine, o è altro?
– La scienza, disse.
– Non solo, dunque, la buona fortuna, ma anche la scienza, sembra, procura agli uomini il fare bene in qualsivoglia possesso ed azione. Fu d’accordo. – E allora, per Zeus, seguitai,c’è forse una qualche utilità nel possedere gli altri beni se mancano ragionevolezza e sapere? […] Poiché tutti desideriamo essere felici, ed è apparso che diveniamo tali usando le cose e servendocene rettamente e che la scienza è lo strumento che procura il retto uso e la buona fortuna, bisogna, sembra, che tutti gli uomini in ogni modo s’impegnino in questo, a divenire quanto più è possibile sapienti: o no?
– Sì, disse.
– E se uno si convinca che questo gli convenga ricevere dal proprio padre ben più che il denaro, questo da tutori e da amici, da quelli che si dichiarano amanti e da altri, questo da forestieri e da concittadini, e preghi e supplichi che lo si faccia partecipe di sapienza, nonè per nulla  , per nulla biasimevole, Clinia, che con tale scopo costui obbedisca e serva all’amante, a chiunque, e sia pronto a servirlo in tutto, purché in onesti servigi, per il suo ardente desiderio di diventare sapiente. O non ti sembra che sia così?, dissi.
– Mi sembra che tu dica benissimo, rispose.
(Platone)

AGOSTINO

LA FELICITÀ IN DIO

Vi sarà una vera pace perché non vi sarà contrasto né da sé né dall’altro. Premio della virtù sarà l’essere stesso, del quale nulla vi può essere di più buono e di più grande. Difatti quel che ha promesso mediante il profeta: lo sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo non significa altro che: “lo sarò colui da cui saranno appagati, io sarò tutte le cose che dagli uomini sono desiderate onestamente: vita, benessere, vitto, ricchezza, gloria, onore, pace e ogni

bene”. In questo senso si interpretano rettamente anche le parole dell’Apostolo: Affinché Dio sia tutto in tutti. Egli sarà il compimento di tutti i nostri desideri, perché sarà veduto senza fine, amato senza ripulsa, lodato senza stanchezza. Questo dono, questo amore, questa azione saranno comuni a tutti, come la stessa vita eterna. […]

Col peccato appunto non abbiamo conservato né rispetto né felicità, ma neanche con la perdita della felicità abbiamo perduto la volontà della felicità. […]Vi sarà dunque nella città dell’alto una sola libera volontà in tutti e in separabile in ognuno, resa libera da ogni male e piena di ogni bene, che gode senza fine della dolcezza delle

gioie eterne, immemore delle colpe, immemore delle pene, ma non della sua liberazione, affinché non sia ingrata al suo liberatore.

(La città di Dio, XXII, 30.1 e 30.3)

Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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